Software ricreati con l’AI: siamo sicuri siano così affidabili?

Le alternative ad Adobe riaccendono l’entusiasmo per il software gratuito. Ma un’interfaccia familiare può farci concedere fiducia prima ancora di aver verificato che cosa stiamo usando.

Le alternative ad Adobe riaccendono l’entusiasmo per il software gratuito. Ma un’interfaccia familiare può farci concedere fiducia prima ancora di aver verificato che cosa stiamo usando.

In questi giorni si parla molto di applicazioni Adobe ricreate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e distribuite gratuitamente come software open source. Il progetto ArtCraft punta a offrire alternative a Photoshop, Illustrator, Premiere e ad altri strumenti utilizzati ogni giorno da professionisti e aziende.

Una prospettiva interessante, soprattutto per chi paga diversi abbonamenti per lavorare. Il racconto che la accompagna, però, sembra talvolta arrivare alla conclusione prima delle verifiche: abbiamo trovato una versione gratuita, quindi possiamo smettere di pagare l’originale.

È proprio questa leggerezza che trovo discutibile. Il prezzo si vede subito. L’affidabilità emerge quando il software deve reggere il nostro lavoro.

Sarà che l’AI rende tutto magicamente più bello e affidabile?

Le alternative esistono da sempre. Perché ora ci fidiamo così in fretta?

Il mercato ha sempre offerto prodotti alternativi a quelli dei marchi più conosciuti. Alcuni sono eccellenti, altri soddisfano esigenze più limitate, altri ancora puntano soprattutto sulla somiglianza con ciò che già conosciamo.

Nel software accade da decenni. L’open source ha prodotto strumenti di grande valore, mentre altre alternative vengono distribuite gratuitamente o con modelli commerciali diversi. La possibilità di lavorare senza acquistare il prodotto più noto precede l’intelligenza artificiale.

L’AI sta rendendo più accessibile tentare ricostruzioni ambiziose, anche nell’aspetto e nell’organizzazione delle funzioni. Ed è qui che, a mio avviso, dobbiamo prestare attenzione.

Menu familiari, pannelli riconoscibili, scorciatoie già memorizzate: tutto contribuisce a ridurre la distanza percepita dall’originale. Questo può far risparmiare tempo nell’apprendimento, ma può anche suggerire una continuità di prestazioni che deve ancora essere dimostrata.

Quanto di quella fiducia è stato guadagnato? Quanto lo stiamo prendendo in prestito dal prodotto a cui il nuovo software assomiglia?

Una bella interfaccia può nascondere un giudizio ancora da fare

Quando compriamo un prodotto economico simile a uno di fascia alta, di solito sappiamo che dobbiamo verificarne materiali, durata e assistenza. La somiglianza esteriore non basta a dimostrare che tutto il resto sia equivalente.

Davanti al software, invece, possiamo essere meno esigenti. Se un’applicazione si apre, ha un aspetto convincente e svolge qualche operazione, siamo già tentati di considerarla una sostituta.

La mia impressione è che l’entusiasmo per l’AI possa accentuare questa scorciatoia: la sorpresa per la velocità con cui qualcosa è stato costruito finisce per occupare lo spazio che dovrebbe avere la valutazione della sua qualità.

Il caso ArtCraft offre un richiamo concreto alla prudenza. La documentazione di PhotoCraft dichiara che il programma è ancora in fase alpha e non è pronto a sostituire Photoshop nel lavoro professionale quotidiano. Precisa inoltre che avere i comandi collegati ai menu non equivale ad averne verificato il comportamento.

Gli sviluppatori riconoscono questi limiti. Sarebbe utile che il racconto della “suite Adobe gratuita” conservasse la stessa precisione.

Open source significa possibilità di controllo. Il controllo va fatto.

Liquidare tutto come software “fatto in casa” sarebbe sbagliato. L’open source comprende progetti maturi, organizzazioni strutturate e strumenti professionali: Blender ne è un esempio.

La disponibilità del codice permette di studiarlo, modificarlo e, secondo la licenza, svilupparne nuove versioni. Può ridurre la dipendenza da un unico fornitore e offrire una possibilità di continuità se il progetto originale viene abbandonato.

Sono vantaggi importanti. Ma codice disponibile e codice verificato sono due condizioni diverse.

Chi lo ha controllato? Con quali competenze? Quali problemi sono stati individuati e risolti? Esistono procedure per segnalare vulnerabilità e distribuire aggiornamenti?

Scrivere “open source” nella presentazione di un prodotto non risponde automaticamente a queste domande. Un progetto nuovo non eredita l’affidabilità dei progetti maturi soltanto perché appartiene alla stessa categoria.

Anche il termine “copia” richiede precisione. Riprodurre le funzionalità di un programma non equivale necessariamente a contraffarlo o a copiarne il codice: il diritto distingue questi aspetti, come ha chiarito la Corte di giustizia UE nel caso SAS Institute/WPL. Questo principio non risolve la posizione giuridica di ArtCraft, che richiederebbe una valutazione specifica. E, soprattutto, la liceità di un’alternativa non ne dimostra l’idoneità al nostro lavoro.

Quando ci sono i clienti, il rischio cambia

Se provo un programma sulle copie delle mie fotografie, posso decidere di accettare errori e limiti. Quando lo introduco in un progetto professionale, la scelta coinvolge anche altre persone.

Penso a un packaging da mandare in stampa, a una campagna in uscita, a un documento riservato o a un archivio che dovrà restare utilizzabile negli anni. Dentro quei file ci sono tempo, informazioni, investimenti e impegni.

Che cosa succede se il documento si apre ma perde elementi durante il salvataggio? Se un’esportazione produce un risultato diverso da quello previsto? Se un aggiornamento interrompe una funzione necessaria? Se il progetto smette di essere mantenuto?

Sono scenari da verificare per qualunque strumento, non difetti che attribuisco a questi prodotti. Ma prima di affidargli il lavoro dei clienti dovrei avere risposte concrete.

Il risparmio sulla licenza è mio. Le conseguenze di una scelta sbagliata possono ricadere anche sul cliente.

Quando un problema compromette la consegna, siamo noi a doverlo gestire e spiegare. La gratuità dell’applicazione difficilmente sarà una giustificazione sufficiente.

I dati non diventano sicuri perché il software è gratuito. Né perché è costoso.

La stessa attenzione serve per la riservatezza. Dove vengono elaborati i documenti? Quali funzioni inviano contenuti a servizi esterni? Quali informazioni vengono raccolte?

Il fatto che un software sia stato sviluppato con l’AI non significa che trasmetta automaticamente all’AI i file degli utenti. Non ci sono elementi, nelle fonti consultate, per accusare ArtCraft di sottrarre dati. Il punto è capire il funzionamento dello strumento prima di affidargli informazioni sensibili.

La domanda vale anche per i prodotti dei grandi marchi. Un canone non elimina i rischi e non è un’assicurazione sul nostro lavoro. Le condizioni generali Adobe, per esempio, prevedono esclusioni di garanzia e limitazioni di responsabilità, nei limiti consentiti dalla legge e salvo condizioni specifiche.

Per questo “da chi vado se qualcosa si rompe?” deve diventare una verifica su assistenza, manutenzione, impegni contrattuali e possibilità di recupero. Il nome del fornitore è un elemento della valutazione, non può sostituirla.

La fiducia non si può ricreare con la stessa velocità del software

Guardo con interesse alla possibilità che l’AI favorisca nuove alternative e aumenti la concorrenza. Alcune potrebbero diventare strumenti eccellenti; altre potrebbero risolvere bene esigenze circoscritte senza riprodurre ogni funzione dell’originale.

Non serve pretendere che facciano tutto. Serve sapere se fanno bene ciò di cui abbiamo bisogno e quali limiti stiamo accettando.

La sperimentazione su copie dei documenti, la verifica dei passaggi con collaboratori e fornitori, le procedure di recupero e la valutazione della manutenzione rendono possibile una scelta consapevole. Saltare questi passaggi perché il prodotto è gratuito e somiglia a quello conosciuto resta una scelta superficiale.

Da chi lavora nella comunicazione mi aspetto la capacità di distinguere una promessa convincente da un valore dimostrato. Anche quando la promessa ci piace, e anche quando promette di farci risparmiare.

Prima di affidare a un software il lavoro degli altri, dobbiamo capire se merita la fiducia che gli stiamo concedendo. Il fatto che non abbia un canone non ci esonera da questa responsabilità.

Fonti e approfondimenti

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Raffaele Rotondo
Consulente in Brand & Business Strategy, aiuto le Aziende a vendere meglio con Strategia, Identità e Posizionamento