Perché un curriculum viene rifiutato
Qualche giorno fa ho letto su LinkedIn il post di un ragazzo che raccontava l’ennesimo curriculum rifiutato.
Il tono era quello che ormai conosciamo bene: frustrazione, senso di ingiustizia, la sensazione che il mercato del lavoro sia cieco e incapace di riconoscere il valore delle persone.
Una reazione comprensibile. Quando mandi candidature, investi aspettative e dall’altra parte ricevi silenzio o una mail standard che dice “grazie ma no grazie”, è difficile prenderla con filosofia.
Dopo aver letto quel post, però, ho fatto una cosa molto semplice: sono andato a guardare il suo profilo e i suoi canali digitali. Una cosa che faccio spesso, avendo spesso a che fare con candidature di freelance.
E lì mi è venuta una domanda meno comoda.
E se il problema, almeno in parte, non fosse il mercato?
Perché negli ultimi anni abbiamo sviluppato una notevole abilità nel trasformare qualsiasi rifiuto in una piccola ingiustizia pubblica.
Non veniamo scelti? Allora la colpa è del sistema, degli algoritmi, delle aziende che non capiscono nulla o dei recruiter che leggono i curriculum come se stessero scorrendo il menù di un autogrill.
E sia chiaro: a volte è anche vero. Il mercato del lavoro può essere frettoloso, superficiale, persino miope. Le selezioni non sono sempre fatte bene e non tutte le aziende sanno davvero cosa cercano.
Ma non è sempre così.
A volte il rifiuto non è una dimostrazione che il mondo là fuori è ingiusto.
A volte è semplicemente un feedback.
Un feedback che dice una cosa poco piacevole: per come ti presenti oggi, per la chiarezza del tuo profilo, per la consistenza delle tue esperienze o, molto più comunemente, per la qualità del tuo lavoro, forse non sei ancora così forte come pensi.
Ed è qui che il discorso diventa interessante.
Perché lamentarsi è molto più facile che mettersi in discussione. Il lamento ha un grande vantaggio: protegge l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Se il problema è sempre esterno, noi restiamo intatti.
Non dobbiamo chiederci se il nostro curriculum è confuso. Se il nostro profilo LinkedIn è indistinguibile da altri cento. Se le competenze che raccontiamo sono davvero solide o semplicemente raccontate con molta enfasi.
Molte persone si chiedono perché il loro curriculum venga rifiutato o perché non vengano chiamate per un colloquio. Le ragioni possono essere molte: un profilo poco chiaro, un CV troppo generico, competenze non allineate alla posizione o semplicemente una concorrenza molto alta.
Eppure è proprio lì, in quella zona poco comoda dell’autocritica, che di solito inizia la crescita vera.
Non quella raccontata nei caroselli motivazionali dove basta “credere in se stessi”.
Parlo di una crescita più concreta: quella che ti costringe a guardare il tuo profilo con l’onestà con cui guarderesti quello di qualcun altro.
E a chiederti: cosa manca ancora?
Vale per chi cerca lavoro. Ma vale anche per chi cerca clienti, per chi propone consulenze, per chi mette sul mercato un prodotto o un progetto.
Ogni volta che non veniamo scelti abbiamo davanti due strade: trasformare quel rifiuto in una prova dell’ingiustizia del mondo, oppure usarlo come uno specchio.
La prima strada è più comoda.
La seconda è quella che, prima o poi, porta da qualche parte.
Per questo continuo a pensare che non tutti i “no” siano un torto, alcuni sono semplicemente uno specchio.
E gli specchi, si sa, hanno un difetto: non sempre restituiscono l’immagine che vorremmo vedere.


