Ci sono decisioni che maturano lentamente.
Non arrivano in un giorno preciso, non succede qualcosa che le fa scattare. Semplicemente, a un certo punto ti accorgi che stai già andando in quella direzione nella tua testa, acquisendo una consapevolezza che non avevi fino ad allora.
Dal 2026 non sarò più coinvolto direttamente nella gestione dei punti vendita Trieste Pizza di Montesilvano e Pescara Piazza Duca.
È una scelta che riguarda il lavoro, certo, ma prima ancora riguarda il modo in cui voglio stare dentro alle cose che faccio. Negli ultimi anni mi sono trovato spesso a vivere una doppia – anche tripla – giornata: da una parte l’attività di consulenza con Circle, i progetti, i clienti, la costruzione di percorsi anche complessi; dall’altra la gestione concreta del locale, con tutto quello che comporta — le decisioni operative, i problemi da risolvere subito, le dinamiche quotidiane che chi lavora nella ristorazione conosce benissimo.
È stata un’esperienza importante, bella, formativa, anche divertente, molto più di quanto immaginassi all’inizio. Mi ha dato una misura reale delle difficoltà, delle responsabilità e anche della fatica che c’è dietro a ogni scelta apparentemente semplice. E questa cosa, nel mio lavoro di consulente, me la porto dietro ogni giorno.
Allo stesso tempo, però, mi sono reso conto che continuare a tenere insieme tutto stava diventando dispersivo. Non tanto per il carico di lavoro — quello si gestisce — ma perché richiedeva un’energia mentale che non riuscivo più a dedicare con la profondità necessaria ai progetti che seguiamo con Circle.
Una decisione che nasce dal confronto quotidiano
Naturalmente non è stata una scelta soltanto mia.
È una riflessione fatta insieme a Francesco, il mio socio, amico, compagno di avventure e sventure con cui condivido Circle da anni. Il confronto è un aspetto che trovo fondamentale in una società che funziona, e Francesco ed io ci confrontiamo davvero tanto. Parliamo ogni giorno non solo di lavoro – ma di come farlo meglio, di dove ha senso investire tempo, di cosa sta cambiando davvero nel nostro settore e di quali sono invece gli aspetti energivori in una giornata che richiede testa per progetti creativi.
A un certo punto ci siamo detti una cosa molto semplice: se vogliamo accompagnare le aziende in una fase che sta diventando sempre più complessa, dobbiamo esserci completamente. Non a metà, non nel tempo che resta dopo altro.
Questo significa studiare di più, fermarsi ad analizzare, costruire strumenti nuovi, mettere in discussione anche il nostro modo di lavorare. Non è una questione di crescita “dimensionale”, ma di qualità del lavoro.
Tornare a fare spazio allo studio (quello vero)
Una delle conseguenze più concrete di questa scelta è che posso tornare a dedicare tempo allo studio. Che non è qualcosa di teorico o accademico, ma è la parte del lavoro che spesso si sacrifica quando si è troppo operativi.
Negli ultimi mesi mi sto concentrando molto su come stanno cambiando gli strumenti che utilizziamo ogni giorno — dall’intelligenza artificiale applicata ai processi creativi e strategici, fino ai sistemi che permettono alle aziende di organizzare meglio dati, contenuti, relazioni commerciali.
Non è un tema “tecnologico”.
È un cambiamento culturale nel modo di lavorare, che toccherà tutti, anche settori che sembrano lontani da queste dinamiche, come il food, il vino, l’ospitalità.
E per accompagnare le aziende in questo passaggio bisogna avere il tempo di capirlo davvero, non solo di inseguirlo.
La ristorazione resta parte del mio sguardo
Non considero affatto conclusa l’esperienza fatta in questi anni.
Anzi, è qualcosa che continua a influenzare il modo in cui affronto ogni progetto. Sapere cosa significa stare dall’altra parte del bancone, prendere decisioni con margini stretti, gestire persone e aspettative reali, cambia completamente il tipo di dialogo che puoi avere con un imprenditore.
Semplicemente oggi il mio ruolo è tornato ad essere quello per cui, nel tempo, mi sono reso conto di essere più utile: lavorare sulla costruzione, sull’organizzazione, sulla visione di medio periodo.
Non c’è una rottura, non c’è un “nuovo inizio” da raccontare.
C’è la continuità di un percorso che, a un certo punto, richiede di togliere qualcosa per lasciare spazio ad altro.
Io e Francesco stiamo facendo esattamente questo.
Con la stessa attenzione di sempre, forse con qualche consapevolezza in più.
La pizzetta di Trieste continueremo a mangiarla, ad apprezzarla e a promuoverla perché è un prodotto nel quale abbiamo creduto e crediamo ancora. Lasciamo le redini a chi può davvero seguire un’attività dall’interno con la passione e la dedizione necessari a questo lavoro. Dal 2021 ad oggi è stato un viaggio bellissimo, un cerchio che si chiude, per tornare a fare spazio a ciò da cui tutto questo è nato.


